PRESENTAZIONE

“Ho voluto appiccicare parole... colori,
impressioni”così Sabatino Scia chiarisce il
suo talento narrativo e arcaico, quella sua
sapienza di voce che richiama poesie, favo-
le, novelle, teatro e cabaret -
“... Siamo fatti di acqua e terra, cose sem-
plici...”e d'improvviso, in umiltà, come nel
riflesso di un pozzo tra le sue mani a coppa
e in offerta tremano stelle.
Variopinta di immagini nella nuda trac-
cia delle parole la sua è favola che nei cano-
ni, nelle voci degli animali, nell'insegna-
mento morale, non è mai semplice riverbe-
ro di una vana fantasia ma frammento di
antichissimi miti, testimonianza di remoto
intendere la natura negli sconcerti e nei
suoi incanti.
È favola rotonda nei confini di un cer-
chio di gesso, che avvolge una storia e un
arcano ogni volta nuovo, sempre proposto,
enigma che resta lì ad attendere il filo di
Arianna.
Ma non si esce dal labirinto, il destino
che essa racchiude non può cambiare, la in-
difesa semplicità centrale, il nucleo, la vita
stessa di ogni cosa e di ogni creatura.
Nelle corsie del mercato, nel banco aset-
tico e inclemente, sospira il suo disperato
rimpianto la bella ombrina surgelata che ha
tanto freddo “...mi hanno pescata nel mare
tra Capri e Sorrento...”
Alda Merini ha definito Sabatino Scia
erede della favola antica; in religiosità con-
divido il suo pensiero e anche quello di
un'eredità non facile perché, come l'altra,
anch'essa sorge da un orizzonte di sopraffa-
zione, di protesta, di umiliazione dei deboli.
Dacia Maraini nel giusto sottolinea che
la favola di Sabatino Scia conosce “l'umori-
smo amaro della sconfitta, la crudeltà della
resa e della spoliazione”.
Nel mio sentimento, oltre alla sofferen-
za e alla disfatta, ad essa appartiene, pure
nel respiro del grottesco, la primordiale
percezione di ciò che ha veramente valore,
la promessa di misericordia, del portento
che consola, della giustizia che trionfa e an-
che la ruvida e negletta, “sciammannata”,
accettazione di ogni sbaraglio che, solo nel
segreto, a volte si identifica con la rassegna-
zione cristiana e ne veste il saio.
È racconto, quello di Scia, che ha i limi-
ti e gli sconfinati spazi dell'infanzia, voce di
un aio e avvolge il quotidiano nell'inven-
zione e nella nenia del cantastorie.
Tutto questo nella fascinazione così par-
ticolare dell’ “humus napoletano” in lin-
guaggio e tabulazione onirica, con una cari-
ca corale, come segna il professor D Epi-
scopo: un'oralità universale che traccia
coordinate geografìche nell'atlante della vi-
ta.
“ mare era di buon animo, era calmo...
ma poi ebbe ondate alte e arricciate che non
voleva nessuno... e le rocce taglienti erano lì
ancorate come spettri... e non restituì mai i
corpi di quei giovani... e si vergognò e li na-
scose negli abissi..
Pianse giorno e notte... ma cosa poteva
fare?
Poi si calmò "...voleva il perdono".
Torna la sacralità della natura senza col-
pa, lui aveva il suo destino di mare, un oro-
scopo già tracciato, era figlio della Grande
Madre, era mare e doveva fare il mare.

Queste le leggi.
Mi è piaciuto di Sabatino Scia il piglio,
l'audacia misurata, il tocco azzardato e la
sprezzatura, una maniera di esprimere che
nella sua forma cosi comunicante, nella su-
perbia, ma anche nella speranza umile, nel
folklore che diventa aristocrazia, nella li-
turgia di una parlata che sta per estinguersi
e nel panteismo da uomo di Neandertal, si

fa creatività aspra e austera.
La favola della gatta Piagnucolona è co-
me vangelo sospeso, oscillante, impondera-
bile: il vangelo dei Farisei.
"E si ficcò in una tana dove cinque topi
piccoletti, soli e indifesi, zizzivano per la
paura di essere ammazzati!... - poveretti!
poveretti topolini... -, miagolò e li ingoiò
tutti e, con il viso inzuppato di lacrime...
Tremava nelle zampe e due gatte adole-
scenti, che abitavano nello stesso cortile, per
consolarla le offrirono un uccello catturato
poco prima...
"E per tè, non piangere, .."e lei lo man-
giava e tirava dagli occhi ancora tante lacri-
me.
"In ciclo sei padrone... non dovevi pog-
giare le zampe a terra, dovevi prima perlu-
strare a mezz'aria il campo di grano... ti
hanno ammazzato, ...un esserino così hello
sottratto alla natura che vola... e poi ha solo
tante piume e poca carne".
L'ordito della favola è suggellato nell'or-
dine delle cose e nello spartito di frasi che
lo chiude ad anello allo stesso punto, deci-
friamo il cerchio compiuto: e la geometria è
sempre quella che accompagna ogni tempo.
"Chi ha mangiato la mia bisnonna paz-
za?- grida la mucca - ditemelo, chi l'ha
mangiata? I bambini... mi fanno pena i
bambini... Io non so più che cosa è una pas-
seggiata o un filo d'erba".
Favole del nostro tempo, terrori del no-
stro tempo, non oscurità filologiche ma pa-
ne quotidiano, sintassi di vita che nella vo-
ce degli animali ferma la memoria distratta
con la sapienza del dolore, con la speranza
che si prende gioco di noi che ancora aspet-
tiamo giustizia e bellezza.
"Tra non molto il mare sarà svuotato di
tutto ... le navi fanno guerra ai pesci... lì
scaricano catrame, lì offendono Dio ".
Ma nelle tratture di questo immaginario
fantastico e dolente profuma l'erba della
"pietas" ... per tutti... la più alta.
Sabatino Scia, in sortilegio, stringe il
"mozzicone di matita", paga ancora, una
volta il conto alla classicità con questa ulti-
ma favoleggiante cantata e, nel saluto, si in-
china al proscenio con tutti i suoi perso-
naggi.

Maria Orsini Natale

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