PRESENTAZIONE

De te fabula narratur

       La letteratura di genere favolistico che ha goduto di una considerazione primaria nei secoli della classicità- quelli classici e quelli che i classici li hanno tenuti a modello- oggi è del tutto in ombra e scaduta sia nella proposta sia nell’evocazione.
 
   La certezza dell’umano definibile è, credo, nella nostra epoca così debole che non invita a istituirvi sopra un sistema metaforico qual è quello che vige appunto nella favola.
    Sta proprio nella dislocazione degli attanti l’amenità della favola: animali al posto di uomini, dotati del loro senno e della loro dabbenaggine, nonché del loro stesso linguaggio.
    Perciò Esopo, Fedro nell’antichità, la Fontaine e Perrault nei tempi più recenti assumono la dignità di depositari dell’esperienza umana nello stesso tempo di maestri e di giudici. La loro sanzione e il loro suggerimento si equivalgono, la favola produce questo eccezionale equilibrio. La sua portata morale è grande.
    Non c’è proprio da stupirsi se essa non ha cittadinanza nella cultura dell’uomo moderno, se modernità è in primo luogo il dissolversi di ogni modello o carattere certificato.
    Ma Sabatino Scia ci fa discretamente ricredere con le sue lievi, affabili, ariose e ingegnose favole in cui è preservato e incrementato il potere metaforico della favola che chiamiamo esotica. Ma bisogna subito aggiungere qualcosa sulla felicità nel creare situazioni impreviste e paradossali tra i suoi protagonisti e comprimari animali di varia specie.     Diciamo per cominciare che Scia mostra qualità narrative eccellenti: il suo mondo è molto animato e sveglio, la sapienza vince sulla perfidia e l’astuzia se non si converte in saggezza ha la peggio, perché il mondo è sempre più ricco e strano di come lo si immagina. La volpe e il lupo nella loro contrapposizione di natura e nella loro paradossale complicità mi sembrano i protagonisti nel vivace universo di Scia, così come la pecora e l’agnello ne sono i più indifesi e innocenti abitatori.
    L’efficacia metaforica, lo ripeto, è indubbia, ma l’allusione non è pedissiqua – e questo è da considerarsi un pregio che innalza il lavoro di Scia fino al piano dei veri e propri moralisti, cioè un po’ più al di sopra di quello degli etologi per non dire dei fumettisti. Ciò significa che l’uomo qui adombrato è più che un animale, beninteso, secondo la nostra valutazione? Forse circola nella ilarità di fondo della prosa di Scia questo conscio e inconscio sottinteso. Eppure le favole così liberamente affabulate di Scia mi confortano nella credenza sempre più convinta che il pianeta in cui siamo non è così antropocentrico come crediamo e altre specie oltre la nostra hanno criteri vitali propri e un proprio linguaggio che noi non possiamo tentare d’ intendere se non assimilando ai nostri, prigionieri come siamo della nostra condizione e da essa limitati. Pensieri che debbono essere di quando in quando balenati anche a Sabatino Scia nei momenti di più fantasioso estro nei quali immetteva potenzialità insolite, voglio dire non strettamente analogiche nel mondo dei suoi animali. In quelle “ sgrammaticature ” si può immaginare una grammatica diversa ai noi impenetrabile.

Mario Luzi

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